Astral Weeks — Van Morrison
Astral Weeks
Van Morrison
Belfast, fine anni Cinquanta. Hyndford Street, quartiere protestante di East Belfast, una strada di case a schiera dove un bambino di nome George Ivan Morrison cresceva ascoltando dalla finestra i dischi di Leadbelly e Hank Williams che suo padre metteva sul piatto. Quel bambino avrebbe cambiato nome in Van, avrebbe guidato i Them fino alla prima classifica britannica con Here Comes the Night nel 1965, avrebbe firmato uno dei contratti più scellerati della storia del rock con Bang Records — il contratto di Bert Berns, che lo costringeva a consegnare musica a ritmi industriali e che di fatto lo possedeva. Quando Berns morì di infarto nel dicembre 1967, Morrison aveva ventiquattro anni, un accordo di scioglimento ancora da negoziare, e la certezza di voler fare qualcosa che nessuno aveva ancora fatto. Quello che fece fu Astral Weeks.
Il 1968 è l'anno in cui il mondo prende fuoco. Martin Luther King viene assassinato ad aprile. Robert Kennedy a giugno. Le strade di Chicago bruciano durante la Convention democratica di agosto. A Londra e Parigi gli studenti costruiscono barricate. In Irlanda del Nord le prime marce per i diritti civili vengono disperse dalla polizia — l'inizio di quello che si chiamerà semplicemente i Troubles. Morrison vive tutto questo da Boston, dove si è trasferito dopo aver lasciato Belfast, lavorando nei club del New England e componendo canzoni che non assomigliano a niente di ciò che il 1968 sta producendo. Mentre il rock si fa elettrico e politico — Jefferson Airplane, MC5, i Doors — Morrison compone qualcosa che guarda altrove. Guarda indietro, verso l'infanzia, verso Hyndford Street, verso la nebbia del mattino su Cyprus Avenue. E insieme guarda avanti, verso una dimensione che non ha nome geografico.
Il produttore Lewis Merenstein, abituato al jazz, capisce immediatamente che per registrare queste canzoni servono musicisti che sappiano ascoltare più che suonare. Ingaggia Richard Davis al contrabbasso — uno dei bassisti jazz più importanti degli anni Sessanta, che aveva suonato con Eric Dolphy e Andrew Hill — Connie Kay alla batteria, storico membro del Modern Jazz Quartet, Jay Berliner alla chitarra, Warren Smith alle percussioni. Non c'è una band, non ci sono prove comuni. Morrison viene alle sessioni con i brani in testa e non spiega niente: suona, e i musicisti lo seguono. Secondo alcune testimonianze registrò molti brani di spalle agli altri, rivolto verso il muro. Il risultato sono due sessioni di settembre e ottobre al Century Sound Studios di New York, e un disco che la Warner Bros. pubblicò con diffidenza, convinta che non avrebbe venduto.
Non vendette. Astral Weeks entrò nelle classifiche americane alla posizione 126 e poi sparì. La critica dell'epoca non sapeva come classificarlo — non era folk, non era jazz, non era rock. Greil Marcus lo ignorò. Lester Bangs lo scoprì anni dopo e ne scrisse il saggio critico più citato della storia del rock, pubblicato in Stranded nel 1979: "Astral Weeks è un disco uscito da uno dei pochi veri stati di grazia mai raggiunti da un musicista rock". Quella frase restituisce il disco a chi lo aveva ignorato. Da allora non se n'è più andato.
Il lato A apre con la title track: contrabbasso che entra solo, poi la voce di Morrison — bassa, quasi parlata — che canta "If I ventured in the slipstream". La frase è grammaticalmente sospesa, non finisce mai davvero, e non deve finire. Astral Weeks è un disco di soglie, non di destinazioni. Cyprus Avenue è il brano più direttamente autobiografico: un'avenue di East Belfast dove i protestanti benestanti vivevano nelle case grandi, una strada che Morrison attraversava da bambino in autobus e che nella canzone diventa teatro di una fissazione ossessiva — "fourteen times", "to be born again", la ripetizione come trance. Madame George sul lato B è il centro di gravità dell'intero disco: quasi dieci minuti di musica che racconta un personaggio ambiguo di Belfast, probabilmente un travestito di nome George, probabilmente qualcuno che Morrison ha davvero conosciuto, probabilmente anche qualcosa di molto più interiore. La canzone non spiega: descrive, circola, lascia che la voce salga e scenda su armonie che Richard Davis traccia con il contrabbasso come se disegnasse nel buio.
Slim Slow Slider chiude il lato B con cinquantasei secondi di musica appena abbozzata — voce quasi scomparsa, sassofono in lontananza, il disco che finisce prima di finire. Non è pigrizia: è la scelta più coraggiosa del disco. Morrison sa che alcune cose non possono essere dette fino in fondo.
Sul piano del pressing vinilico, l'originale Warner Bros. USA (WS 1768, 1968, etichetta verde con logo WB) è il documento storico di riferimento. Il mastering di Val Valentin ha una qualità analogica calda e leggermente compressa che rispecchia le condizioni di registrazione — non è un disco ad alta dinamica, è un disco dove tutto avviene nel fondo del soundstage, in quelle frequenze medie dove vive la voce di Morrison. Le copie in buone condizioni si trovano su Discogs tra i 60 e i 180 euro con variazioni tra stamper che possono essere significative. La ristampa Mobile Fidelity MFSL del 1991 (MFSL 1-163) è per decenni stato il riferimento audiofilo: mastering half-speed, superficie più silenziosa, bassi con più definizione. Il vero salto qualitativo arriva con la ristampa Analogue Productions su 45 rpm (CAPJ 1768, doppio LP): il formato a 45 giri permette incisioni più profonde e dinamica superiore, e il mastering di Kevin Gray è il più fedele all'intenzione del disco che esista. Non è un pressing economico — si trova tra i 60 e i 90 euro — ma per Astral Weeks è la scelta corretta. La ristampa Warner/Rhino del 2015 con bonus tracks è la scelta per chi vuole il materiale aggiuntivo senza spendere cifre audiofili: qualità decente, prezzo accessibile.
Il disco che Van Morrison non sapeva di stare facendo e che per questo è l'unico che non avrebbe potuto fare due volte. Cercate la Analogue Productions 45rpm per il suono definitivo, l'originale Warner verde per il documento. Iniziate da Madame George — se riuscite ad arrivarci senza fermarvi su Cyprus Avenue.
Guida al Pressing Pressing Guide
WS 1768 (1968, etichetta verde). Il documento storico — mastering caldo, qualità analogica autentica. VG+ su Discogs tra €60 e €180; variazioni tra stamper udibili
Half-speed master, riferimento audiofilo per vent'anni. Superficie silenziosa, bassi più definiti. Ancora reperibile tra €40 e €80
Il pressing definitivo. Doppio LP a 45 giri, mastering Kevin Gray, dinamica superiore. La scelta corretta per chi vuole il massimo sul piatto. €60–90
Bonus tracks incluse, qualità decente, prezzo accessibile. La scelta per chi vuole il materiale completo senza spendere cifre audiofili
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FAQ
Perché Astral Weeks non ebbe successo commerciale nel 1968?
Per tre ragioni convergenti. Prima: la Warner Bros. non sapeva come promuoverlo — non era folk, non era rock, non era jazz, e le radio AM del 1968 non avevano categorie per un disco simile. Seconda: Morrison era ancora vincolato da strascichi del contratto Bang Records, che limitava la sua visibilità pubblica. Terza, e più profonda: il disco arrivò nel momento sbagliato. Il 1968 era l'anno dell'impegno politico, del rock come arma sociale — Astral Weeks guardava dentro invece che fuori, parlava di infanzia e memoria invece che di guerra e protesta. Il pubblico lo capì solo quando Lester Bangs ne scrisse il saggio definitivo, undici anni dopo la pubblicazione.
Chi sono i musicisti di Astral Weeks e perché sono importanti?
Il nucleo ritmico è jazz di altissimo livello: Richard Davis al contrabbasso — uno dei bassisti più importanti degli anni Sessanta, aveva suonato con Eric Dolphy, Andrew Hill e Charles Mingus — e Connie Kay alla batteria, membro storico del Modern Jazz Quartet. Jay Berliner alla chitarra acustica aveva collaborato con Mingus. Nessuno di loro conosceva le canzoni prima delle sessioni: suonavano seguendo Morrison in tempo reale, senza spartiti né prove strutturate. È questo approccio — jazz da camera che improvvisa su canzoni folk-stream-of-consciousness — che rende il suono di Astral Weeks irripetibile. Morrison non lo ha mai ricreato, nemmeno nei suoi dischi migliori degli anni successivi.
Come si colloca Astral Weeks nella carriera di Van Morrison?
È il disco della rottura totale. Prima: i Them e Here Comes the Night (1965), poi i singoli Bang Records tra cui Brown Eyed Girl (1967) — pop diretto, commerciale, brillante ma convenzionale. Dopo: Moondance (1970), più accessibile e radio-friendly, il disco che lo rese famoso. In mezzo c'è Astral Weeks: l'unico punto della carriera di Morrison in cui la forma è completamente al servizio di qualcosa di non definibile. Non è mai tornato lì. Tupelo Honey (1971) e Saint Dominic's Preview (1972) si avvicinano per intensità, ma la grammatica musicale di Astral Weeks — quella specifica combinazione di jazz, folk celtico e stream-of-consciousness — appartiene solo a quel disco, a quelle due sessioni del 1968.